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Fiducia in sé stessi: perché non devi sentirti pronto per agire

Russ Harris spiega perché aspettare di sentirsi sicuri ci tiene fermi: la fiducia nasce dalle azioni, e la paura può venire con te mentre agisci.

18 settembre 20265 min di lettura
Copertina verde lime con il titolo sulla fiducia in sé stessi e il marchio GiddUP

Riunione del lunedì. Hai in mente un'idea per il cliente, una buona idea. Ma aspetti: il momento giusto, la frase giusta, un po' più di sicurezza. Dieci minuti dopo la stessa idea la tira fuori un collega, e tutti annuiscono. Tornando a casa ripensi alla mail per chiedere l'aumento, ferma nelle bozze da settimane. Alla candidatura per il ruolo da senior. Alle tariffe da freelance che non hai mai avuto il coraggio di alzare. Ogni volta ti dici la stessa cosa: ci vorrebbe più fiducia in sé stessi. Quando mi sentirò pronto, lo farò.

La regola che ti tiene fermo

Russ Harris è un medico che oggi forma psicologi, coach e terapeuti in diversi paesi. Nel suo libro The Confidence Gap dà un nome a quel punto in cui restiamo bloccati: il «divario di fiducia». Ci finisci dentro quando segui, magari senza saperlo, una regola precisa: prima devo sentirmi sicuro, poi potrò agire.

Sembra ragionevole. Il problema è che quella sensazione non arriva quasi mai da sola. Puoi caricarti con un libro motivazionale, un video, le parole di un amico. Ma appena sei davanti alla situazione vera, la sicurezza evapora. E tu resti lì ad aspettare.

Harris conosce bene quella sensazione. Da giovane medico in ospedale viveva in uno stato di ansia continua: aveva il terrore di prendere la decisione sbagliata, di dare il farmaco sbagliato, di non vedere la diagnosi giusta.

Fiducia in sé stessi: una sensazione o un'azione?

Il primo passo per uscirne è accorgersi che la parola «fiducia» ha due significati. Il primo, quello che usiamo tutti, è una sensazione: sentirsi calmi, sicuri, certi che andrà bene. Il secondo è più antico e viene dal latino: fidarsi, affidarsi. Non è una sensazione, è un gesto.

Harris fa un esempio. Se devi farti operare al cervello, ti affidi a un chirurgo: è un atto di fiducia. Eppure nessun essere umano in quella situazione si sente calmo e sereno. Hai paura, pensi a tutto quello che potrebbe andare storto, e ti affidi lo stesso.

Con te stesso funziona allo stesso modo. Avere fiducia in te non vuol dire non avere paura. Vuol dire contare su di te anche mentre ce l'hai.

«Certo che avevo paura»

Per spiegarlo, Harris racconta la storia di Nelson Mandela. Condannato dal regime dell'apartheid, passò ventisette anni in prigione, i primi diciotto nel carcere di Robben Island, tra lavori forzati e umiliazioni. Eppure i suoi compagni lo vedevano attraversare il cortile a testa alta, con passo sicuro. Bastava quell'immagine, ha scritto Richard Stengel, a tenerli su per giorni.

Stengel, che lo aiutò a scrivere l'autobiografia, gli chiese se avesse mai avuto paura. «Certo che avevo paura», rispose Mandela. «Non posso fingere di essere coraggioso e di poter battere il mondo intero.»

Quando attraversava quel cortile, Mandela non si sentiva sicuro. Agiva da persona sicura, con la paura addosso. Se avesse aspettato di non averne più, non avrebbe mai fatto un passo.

Prima le azioni, poi la sensazione

Da qui la regola che Harris mette alla base di tutto il libro: le azioni della fiducia vengono prima, la sensazione di fiducia arriva dopo. Ti senti sicuro in una cosa solo dopo averla fatta molte volte, e l'hai fatta molte volte solo perché hai cominciato quando non eri ancora sicuro.

La paura che senti quando chiedi un aumento o presenti un progetto non è un segnale che non sei pronto. È la reazione d'allarme che il corpo accende ogni volta che esci da ciò che conosci: il cuore accelera, le mani sudano, la testa ti suggerisce di lasciar perdere. Harris racconta di aver lavorato con amministratori delegati, avvocati, poliziotti e chirurghi che non volevano ammettere di avere paura: preferivano dire di essere «stressati». È la stessa cosa, e capita a tutti.

Lui stesso ne è la prova. A trentanove anni aveva scritto cinque libri, nessuno pubblicato. Il sesto, The Happiness Trap, è uscito poco dopo i suoi quarant'anni. Se avesse aspettato di sentirsi uno scrittore sicuro di sé, non l'avrebbe mai finito.

La mente che fabbrica scuse

Il vero ostacolo, secondo Harris, non è la paura, ma i pensieri che la accompagnano. La mente è una macchina che produce scuse: appena pensi a un cambiamento importante, ti sforna una lista di motivi per non farlo. Non ho tempo. Non sono abbastanza bravo. Gli altri sono più preparati. Lo faccio quando le cose si calmano.

Non puoi spegnere quella macchina. Puoi però smettere di prenderla alla lettera. Harris propone un esercizio semplice. Prendi il pensiero che ti frena, per esempio «non sono all'altezza», e ripetilo così: «Sto avendo il pensiero che non sono all'altezza». Poi ancora: «Mi accorgo che sto avendo il pensiero che non sono all'altezza».

Il pensiero non sparisce, ma smette di essere una verità e torna a essere quello che è: una frase nella tua testa. E con una frase nella testa si può comunque agire. Se poi quella voce diventa un rimprovero continuo, ricorda perché essere duri con te stesso ti fa mollare.

Il tuo primo atto di fiducia, da fare oggi

Scegli una sola cosa che rimandi perché non ti senti pronto. La mail per l'aumento, la candidatura, il preventivo con la tariffa nuova, la telefonata al cliente.

  1. Scrivi quando la farai, con giorno e ora: «Giovedì alle 10 mando la mail al mio responsabile».
  2. Dillo a qualcuno di cui ti importa. Harris suggerisce proprio questo: annunciare l'impegno a una persona che conta per te. Noterai subito la macchina delle scuse mettersi in moto.
  3. Quando arriva il pensiero che ti frena, ripetilo con «Sto avendo il pensiero che…». Poi fai comunque il primo passo.

La sicurezza non la troverai prima di agire. La troverai dopo, al terzo, al quinto, al decimo tentativo. E ogni volta che agisci con la paura addosso, quel divario si accorcia un po'.

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