Valutazione di fine anno. Il tuo responsabile ti fa dieci complimenti e un'osservazione: «Sulle presentazioni al cliente puoi crescere ancora». Passi il weekend a rimuginare solo su quella frase. Lunedì, in riunione, non fai la domanda che avevi in mente per paura di sembrare impreparato. E quando ti propongono di guidare il nuovo progetto sull'intelligenza artificiale, rispondi che sei troppo pieno. La verità è un'altra: hai paura di non esserne capace. Se ti riconosci, non è un problema di talento. È un problema di mentalità, e la psicologa Carol Dweck ha passato la vita a studiarlo. Lo chiama growth mindset.
I bambini che amavano i rompicapo
Carol Dweck insegna psicologia a Stanford. All'inizio della carriera era ossessionata da una domanda: come reagiscono le persone ai fallimenti? Per capirlo portava dei bambini, uno alla volta, in una stanza della loro scuola e dava loro una serie di rompicapo. I primi erano facili, poi diventavano difficili.
Si aspettava di vedere chi reagiva meglio e chi peggio alla difficoltà. Vide invece una cosa che non immaginava. Davanti ai rompicapo più duri, un bambino di dieci anni avvicinò la sedia, si sfregò le mani ed esclamò: «Adoro le sfide!». Un altro, tutto sudato, alzò gli occhi soddisfatto: «Speravo proprio che fosse istruttivo!».
Per Dweck fu una rivelazione. Quei bambini non vivevano la difficoltà come un fallimento. Sapevano una cosa che lei ancora non sapeva: le capacità si possono sviluppare con l'impegno. Ed era proprio quello che stavano facendo, diventare più bravi.
Mentalità fissa e growth mindset
Da quell'esperienza nasce l'idea al centro del libro Mindset. Ci sono due modi di guardare le proprie capacità.
Con la mentalità fissa pensi che intelligenza, talento e personalità siano una dote data una volta per tutte. Ne hai una certa quantità, e il tuo compito è dimostrare che è abbastanza. Ogni situazione diventa un esame: riuscirò o fallirò? Sembrerò bravo o stupido? Sarò accettato o scartato? E ogni errore diventa una sentenza su di te.
Con la mentalità di crescita pensi che le capacità si sviluppino con l'impegno, le strategie giuste e l'aiuto degli altri. Non tutti possono diventare Einstein, precisa Dweck, ma ognuno può crescere molto più di quanto creda. In questa prospettiva, una sfida non è un esame: è un'occasione. E un errore non dice chi sei, dice cosa devi ancora imparare.
Il complimento che ti frena
Uno degli esperimenti più famosi di Dweck riguarda proprio le parole. Il suo gruppo diede a centinaia di ragazzi una serie di problemi abbastanza difficili. Alla fine, a metà di loro disse: «Ottimo risultato, devi essere proprio intelligente». All'altra metà: «Ottimo risultato, devi esserti impegnato molto».
I due gruppi erano identici, eppure da quel momento cominciarono a comportarsi in modo diverso. Quando potevano scegliere il compito successivo, i ragazzi lodati per l'intelligenza evitavano quello più impegnativo, per non rischiare di sembrare meno bravi. Tra quelli lodati per l'impegno, invece, il 90% sceglieva la sfida. Dopo una serie di problemi più difficili, i primi rendevano peggio di prima e smettevano di divertirsi. I secondi miglioravano. E quando fu chiesto loro di raccontare l'esperienza per iscritto, quasi il 40% dei ragazzi lodati per l'intelligenza mentì sul proprio punteggio, sempre gonfiandolo.
Il messaggio vale anche per te. Quando ti dici «sono bravo in questo» o «non sono portato per quello», stai parlando a te stesso come a quei ragazzi lodati per l'intelligenza. E le sfide cominci a evitarle.
Cosa succede al lavoro
Dweck dedica un capitolo intero alle aziende. Racconta di Enron, il colosso energetico fallito nel 2001, che aveva costruito tutto sul culto del talento: assumeva i più brillanti, li pagava molto e chiedeva loro di sembrare sempre eccezionali. Risultato: nessuno ammetteva più un errore, e nessuno li correggeva.
Poi c'è uno studio di Robert Wood e Albert Bandura. Un gruppo di studenti di economia, molti già con esperienza da manager, doveva gestire un'azienda simulata. A una parte dissero che il compito misurava le loro capacità innate. All'altra, che le capacità di gestione si sviluppano con la pratica. Il secondo gruppo usava gli errori per correggere la strategia, migliorava di continuo e alla fine risultava molto più produttivo.
E c'è Lee Iacocca, che dopo aver salvato la Chrysler si ammalò di quello che Dweck chiama il «morbo dell'amministratore delegato»: si circondò di persone che lo ammiravano, allontanò chi lo criticava e smise di imparare. È la stessa trappola del genio naturale, uno dei volti della sindrome dell'impostore: se una cosa ti costa fatica, allora pensi di non essere portato.
Cambia la frase che ti ripeti
La mentalità fissa ha una voce, e la riconosci. Puoi cominciare a risponderle già oggi.
- Scegli una sfida che stai evitando. Il progetto nuovo, la presentazione, la competenza che ti manca. Scrivi perché la eviti, con le parole che ti dici davvero.
- Riscrivi la frase. «Non sono portato» diventa «non ci so fare ancora». «Se faccio un errore penseranno che non valgo» diventa «se faccio un errore, imparo cosa correggere».
- Cambia domanda davanti alle critiche. Invece di chiederti «cosa dice di me?», chiediti «cosa posso imparare da questo?».
- Accetta la sfida. Di' sì a una cosa che ti spaventa un po'. Non per dimostrare quanto vali, ma per diventare più bravo.
Alla prossima valutazione l'osservazione critica arriverà di nuovo. Stavolta, forse, la leggerai come un'indicazione su dove crescere, non come un giudizio su chi sei.
C'è una frase che continui a ripeterti? «Non sono capace», «non è il momento», «tanto andrà male»…
Inizia proprio da quella. Raccontamela.
