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Sindrome dell'impostore: perché ti senti un bluff (e non lo sei)

Il 70% delle persone, almeno una volta, si sente un impostore. La psicologa Sandi Mann spiega perché i successi non bastano a convincerti e come uscirne.

16 ottobre 20265 min di lettura
Copertina verde lime con il titolo sulla sindrome dell'impostore e il marchio GiddUP

Ti hanno appena promosso team leader. Il giorno dopo entri nella prima riunione con quelli che fino a ieri erano tuoi colleghi e senti lo stomaco chiudersi. Ti guardano, aspettano che tu dica qualcosa di intelligente, e tu pensi solo una cosa: «Prima o poi capiranno che hanno scelto la persona sbagliata». Quando il capo ti fa i complimenti, rispondi: «Ho avuto fortuna, il progetto era facile». Non è modestia. È la sindrome dell'impostore, e colpisce proprio chi sta facendo le cose bene.

Cos'è la sindrome dell'impostore

Sandi Mann è una psicologa britannica e nel suo libro Why Do I Feel Like an Imposter? racconta di aver incontrato questo fenomeno in tantissimi pazienti di successo. Persone brillanti, con titoli e risultati veri, convinte di essere solo bravi attori.

Il nome fu coniato nel 1978 da due psicologhe, Pauline Clance e Suzanne Imes. Studiando un gruppo di donne di grande successo notarono che, nonostante lauree, riconoscimenti ed elogi, nessuna si sentiva davvero all'altezza. Individuarono tre caratteristiche. La prima: credere che gli altri sopravvalutino le tue capacità. La seconda: temere di essere scoperto e smascherato. La terza: attribuire i tuoi successi a fattori esterni, come la fortuna o un impegno fuori dal normale, invece che alle tue capacità.

Oggi sappiamo che riguarda uomini e donne allo stesso modo e che, secondo le ricerche citate da Mann, circa il 70% delle persone la sperimenta almeno in un periodo della vita. Non è una malattia mentale. Le stesse psicologhe che l'hanno descritta hanno poi preferito parlare di «esperienza dell'impostore», proprio perché è così comune.

Spesso arriva nei momenti di passaggio: il primo lavoro dopo la laurea o l'abilitazione, un nuovo percorso di studi, una promozione. Mann racconta di James, che lavorava nell'informatica e amava il suo lavoro. Poi fu promosso manager. Clienti e collaboratori cominciarono a lamentarsi, come succede a qualunque responsabile, e lui si convinse di non meritare quel ruolo.

Sei in ottima compagnia

Se pensi che solo tu ti senta così, guarda chi lo ha confessato. La scrittrice Maya Angelou diceva: «Ho scritto undici libri, ma ogni volta penso: adesso se ne accorgono». Tom Hanks, dopo due Oscar, si è chiesto in un'intervista quando avrebbero scoperto che era un impostore. Kate Winslet ha raccontato di svegliarsi certe mattine prima delle riprese pensando: «Non sono capace, sono un bluff». Sheryl Sandberg, ex direttrice operativa di Facebook, ha detto che ci sono ancora giorni in cui si sveglia con la sensazione di non meritare il posto in cui si trova.

Se nemmeno un Oscar basta a convincere qualcuno di valere, il problema evidentemente non sono i risultati.

Perché i successi non bastano mai

Mann spiega il meccanismo con un concetto della psicologia: la dissonanza cognitiva. Quando ottieni un risultato importante, nella tua testa convivono due idee che non vanno d'accordo: «non sono abbastanza bravo» e «ho appena fatto una cosa ottima». È una sensazione scomoda, e per liberartene devi cambiare una delle due.

Cambiare l'idea che hai di te stesso, costruita in anni, è molto difficile. Molto più facile è sminuire il risultato: «È stata fortuna». «Chiunque ci sarebbe riuscito.» «Non mi hanno valutato bene.» Lo stesso succede con i complimenti: «Lo dice per gentilezza». Così ogni successo, invece di rafforzarti, lascia intatta la convinzione di partenza.

E spesso si innesca un circolo vizioso. Per paura di essere scoperto lavori il doppio, rifinisci all'infinito, non consideri mai un progetto finito. Il risultato arriva, ma tu lo attribuisci alle ore in più, non al tuo valore. E la prossima volta lavori ancora di più.

I cinque volti dell'impostore

Mann riprende le ricerche di Valerie Young, che ha individuato cinque tipi di impostore. Il perfezionista, per cui tutto ciò che non è perfetto è un fallimento. Il superuomo o la superdonna, che misura il proprio valore da quante cose riesce a fare insieme. Il genio naturale, convinto che se una cosa gli costa fatica allora non è portato. Il solista, per cui un successo ottenuto con l'aiuto degli altri non conta. E l'esperto, che non si sente mai abbastanza preparato.

Nel libro c'è Vicki, agente immobiliare che dopo tre anni di attività comincia a essere invitata sui media come esperta del settore. Invece di esserne felice si sente un bluff, e passa le serate a leggere tutto quello che trova online, convinta che non saprà mai abbastanza.

Il genio naturale merita una nota in più, perché crede che il talento vero non richieda fatica. È esattamente l'errore che smonta Angela Duckworth quando spiega perché tra talento e impegno conta di più il secondo.

L'esercizio delle tre colonne

Mann propone un esercizio semplice, che puoi fare stasera con un foglio.

  1. Prima colonna: i fatti. Elenca i risultati che nessuno può contestare. La promozione. Il cliente che hai portato a casa. La presentazione che ti hanno lodato. Il progetto consegnato.
  2. Seconda colonna: i pensieri da impostore. Accanto a ogni fatto scrivi cosa ti dici di solito. «Ho avuto fortuna.» «Non c'erano candidati migliori.» «Non era perfetta.»
  3. Terza colonna: le capacità. Ora scrivi quali tue qualità hanno reso possibile quel fatto. «So spiegare cose complesse in modo chiaro.» «Sono affidabile con le scadenze.»
  4. Dai un voto. Per ogni fatto, assegna una percentuale di credibilità alla spiegazione della seconda colonna e a quella della terza. Guarda quale delle due regge davvero.

Un successo isolato può essere fortuna. Ma quando la lista si allunga, diventa difficile continuare a ignorarla. Forse, dopotutto, quella promozione non è stata un errore.

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