Disciplina

Talento o impegno? Perché l'impegno conta il doppio

Chi sembra più dotato non è detto che arrivi più lontano. Angela Duckworth spiega con due formule perché l'impegno conta il doppio del talento.

24 agosto 20265 min di lettura
Copertina viola con il titolo su talento o impegno e il marchio GiddUP

Riunione del lunedì. La collega improvvisa una presentazione per il cliente: niente appunti, battute al punto giusto, il direttore che annuisce. Tu, sulla tua parte, ci hai passato la domenica sera e sei comunque inciampato su due slide. Uscendo pensi la frase che ti ripeti da anni: «Non sono portato». È la stessa che ti sei detto quando hai lasciato il corso di Python dopo tre settimane, perché un collega l'aveva imparato «in un weekend». Ma se la domanda è talento o impegno, la ricerca ha una risposta che non ti aspetti: l'impegno conta il doppio.

Quella volta che il talento non bastava

Angela Duckworth è una psicologa dell'Università della Pennsylvania. Prima di diventarlo lavorava a New York per McKinsey, la società di consulenza dove entrano i più brillanti tra i brillanti. A ventisette anni ha lasciato tutto per insegnare matematica in una scuola media del Lower East Side.

Fin dalla prima settimana era chiaro che alcuni ragazzi capivano tutto al volo: guardavano un esercizio alla lavagna, dicevano «ho capito» e risolvevano da soli il successivo. Duckworth era convinta che sarebbero stati loro a fare strada. Alla fine del primo trimestre, invece, si è trovata davanti una sorpresa. Diversi dei più dotati avevano voti mediocri. Alcuni di quelli che all'inizio faticavano, invece, andavano meglio del previsto: arrivavano ogni giorno con tutto il necessario, prendevano appunti, facevano domande e, quando non capivano, tornavano a chiedere aiuto anche in pausa pranzo.

La sua conclusione è diventata il punto di partenza del libro Grit, uscito in Italia come Grinta: «Mi ero lasciata distrarre dal talento».

Il pregiudizio a favore dei «naturali»

Non succede solo a scuola. Se te lo chiedono, probabilmente dici che l'impegno conta più del talento. Ma quando devi scegliere, scegli il talento.

Lo ha dimostrato la ricercatrice Chia-Jung Tsay. Ha diviso centinaia di persone con esperienza nel mondo degli affari in due gruppi. A metà ha fatto leggere il profilo di un imprenditore arrivato al successo grazie all'impegno e all'esperienza, all'altra metà quello di un imprenditore «naturale», dotato per nascita. Poi tutti hanno ascoltato la stessa identica proposta di business. Il «naturale» è stato giudicato più promettente, più assumibile, con un progetto migliore. Quando i partecipanti dovevano scegliere chi sostenere tra i due, l'imprenditore che si era impegnato diventava altrettanto attraente solo con quattro anni di esperienza in più e 40.000 dollari di capitale in più.

Duckworth lo chiama il pregiudizio della naturalezza. E spesso il primo a esserne vittima sei tu, quando guardi la collega che improvvisa e decidi che quella cosa non fa per te.

Talento o impegno: perché l'impegno conta due volte

Il cuore del libro sono due formule molto semplici.

Talento × impegno = abilità.
Abilità × impegno = risultati.

Il talento è la velocità con cui migliori quando ti impegni. Ma l'abilità da sola non produce niente: diventa un risultato solo se continui a impegnarti per usarla. Per questo, scrive Duckworth, il talento conta, ma l'impegno conta due volte.

Prendi John Irving, uno dei romanzieri americani più amati. A scuola prese una C meno in inglese e i professori lo consideravano pigro e poco sveglio. In realtà era gravemente dislessico. Se i compagni leggevano un capitolo in un'ora, lui se ne concedeva due o tre. Ha imparato a riscrivere tutto, bozza dopo bozza. Anni dopo, avrebbe detto che riscrivere era la cosa che gli riusciva meglio.

Will Smith la dice in modo più brutale: «Non ho paura di morire su un tapis roulant». Puoi avere più talento di lui, essere più intelligente, più bello. Ma se salite insieme sul tapis roulant, o scendi prima tu o muore lui.

Tornare sul tapis roulant il giorno dopo

Nel 1940 alcuni ricercatori di Harvard fecero correre 130 studenti su un tapis roulant così ripido e veloce che in media resistevano quattro minuti. Decenni dopo, lo psichiatra George Vaillant ha seguito quegli stessi uomini nella vita adulta. Il tempo resistito sul tapis roulant a vent'anni prediceva sorprendentemente bene il loro benessere psicologico da adulti, anche tenendo conto della forma fisica di partenza.

Ma Duckworth aggiunge qualcosa. Se fosse stata lei a condurre lo studio, avrebbe lasciato tornare gli studenti il giorno dopo per riprovare. Perché resistere è importante, ma tornare lo è ancora di più. Quando molli del tutto, il tuo impegno scende a zero: smetti di migliorare e smetti anche di produrre qualcosa con quello che sai già fare.

Non a caso, secondo alcune stime, circa il 40% di chi compra un attrezzo per allenarsi in casa ammette di usarlo meno del previsto. Il problema non è quanto spingi in un singolo allenamento. È che a un certo punto smetti di allenarti. È la stessa logica delle abitudini che costruiscono chi sei: conta quello che ripeti, non quello che fai una volta sola.

La cosa che hai lasciato perché «non sei portato»

Oggi non devi diventare più talentuoso. Devi solo tornare sul tapis roulant.

  1. Scegli una cosa che hai mollato dicendoti che non eri portato: l'inglese, il public speaking, Excel, la corsa, il codice.
  2. Riscrivi la frase. Al posto di «non sono portato» scrivi «non ci ho ancora messo abbastanza impegno».
  3. Fissa un appuntamento ricorrente, breve e realistico: venti minuti, tre volte a settimana, sempre alla stessa ora.
  4. Misura i ritorni, non i risultati. Per un mese segna solo quante volte ti sei presentato. Il resto arriva dopo.

Alla prossima riunione la collega improvviserà ancora benissimo. Ma tra un anno conterà molto meno chi era più portato e molto di più chi non ha smesso.

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