Domenica sera. Apri l'agenda e la riempi di buoni propositi: aggiornare il curriculum, mandare quella candidatura, iscriverti al corso di inglese, mettere finalmente ordine nelle spese di casa. Venerdì la riapri. Hai risposto a decine di mail, sei stato in due riunioni, hai fatto la spesa. Ma la cosa che contava davvero è ancora lì, sulla riga di lunedì. E ogni volta che la rivedi, ti senti un po' più indietro. Se vuoi smettere di procrastinare, il problema potrebbe essere proprio quell'agenda: non perché sia vuota, ma perché è piena delle cose sbagliate.
Perché rimandi anche le cose che vuoi fare
Neil Fiore, psicologo, ha passato anni ad aiutare studenti, professionisti e manager che non riuscivano a cominciare. Nel suo libro The Now Habit parte da un'osservazione che spiazza: spesso non rimandiamo per pigrizia. Rimandiamo perché, nella nostra testa, il lavoro è diventato una specie di prigione.
Quando pensi al progetto che eviti, non vedi un'ora di impegno. Vedi weekend sacrificati, aperitivi saltati, la palestra abbandonata. Ti vedi chiuso in casa finché non hai finito. Davanti a un'immagine così, rimandare diventa un modo per difenderti.
Fiore se ne accorse prima di tutto su se stesso. Tornato all'università dopo anni di lavoro, vedeva sé e i suoi compagni di dottorato tormentarsi per giorni su relazioni che poi scrivevano in meno di due ore. Persone brillanti, che studiavano il comportamento umano e non riuscivano a governare il proprio.
L'anti-agenda: prima il tempo libero, poi il lavoro
La sua soluzione si chiama Unschedule, che possiamo tradurre con «anti-agenda». Ribalta il modo in cui siamo abituati a organizzarci: invece di riempire la settimana con il lavoro che dovresti fare, ci scrivi prima tutto il resto.
- gli impegni fissi: il sonno, i pasti, il tragitto per l'ufficio, le riunioni, la visita dal dentista;
- il tempo libero: la cena con gli amici, il libro che stai leggendo, la serie del venerdì sera;
- lo sport e la cura di te: la palestra, la corsa, la partita di calcetto o di tennis.
E il progetto che continui a rimandare? Quello, all'inizio, in agenda non ci va. Niente «martedì dalle 18 alle 20: tesi», niente «sabato mattina: curriculum». Ci lavori negli spazi che restano liberi e, solo dopo averlo fatto, segni il tempo che gli hai dedicato davvero. Così l'agenda smette di essere un elenco di promesse da mantenere e diventa il diario di quello che hai fatto.
Già questo cambia molto. Quando vedi la settimana piena di quello che c'è davvero, scopri quanto tempo ti resta: quasi sempre molto meno di quanto credevi. Svanisce l'illusione di «avere tutta la settimana», quella che ti fa rimandare a mercoledì, poi a giovedì, poi al fine settimana. E svanisce anche la paura opposta: il tempo libero c'è, è scritto, e nessuno te lo porta via.
Le regole dei trenta minuti
Il cuore del metodo è un'unità minima: trenta minuti di lavoro senza interruzioni. Fiore li tratta come un cartellino da timbrare, e racconta di aver preso l'idea da B. F. Skinner, lo psicologo che aveva un contatore collegato alla sedia: partiva quando si sedeva a lavorare e si fermava quando si alzava.
Le regole sono poche.
- Contano solo i blocchi interi. Se dopo venti minuti ti fermi a controllare WhatsApp, quel blocco non vale. I primi minuti sono i più duri, ed è proprio lì che nasce l'abitudine.
- Dopo ogni blocco, un premio. Una pausa, un caffè, qualcosa di più piacevole. Al lavoro deve seguire qualcosa di bello, non altro lavoro.
- Trenta minuti prima dello svago. Prima dell'aperitivo o della palestra, fai un blocco sul tuo progetto. Fiore la chiama la regola della nonna: prima gli spinaci, poi il gelato.
- Un giorno libero a settimana. Intero, senza lavoro. Non è un lusso: è quello che ti fa tornare al progetto con voglia.
A fine giornata sommi i blocchi; a fine settimana li riguardi. E non vedi più quello che non hai fatto, ma quello che hai fatto: tre, sei, dieci ore di lavoro vero.
Il dottorando a cui fu vietato lavorare troppo
La storia più curiosa del libro è quella di Alan, un dottorando che da due anni non riusciva a far avanzare la tesi. Più si ripeteva «devo farlo», più dentro di lui cresceva un «non voglio».
Fiore fece l'esatto contrario di quello che Alan si aspettava. Gli disse che il dottorato non era un obbligo: si vive benissimo anche senza. Poi, visto che voleva comunque provarci, gli impose un limite: mai più di venti ore a settimana sulla tesi, mai più di cinque al giorno.
Alan, che da due anni non superava le cinque ore di lavoro vero a settimana, si arrabbiò. La settimana dopo si presentò con l'anti-agenda compilata: diciotto ore di lavoro e, per la prima volta da due anni, un tempo libero goduto senza sensi di colpa. Qualche settimana più tardi le ore erano ventidue.
Il meccanismo è semplice: quando il lavoro smette di essere un obbligo imposto da altri, non c'è più niente contro cui ribellarsi. Resta solo il tuo progetto.
Smettere di procrastinare vuol dire continuare a iniziare
C'è un'ultima idea di Fiore che vale la pena tenere a mente: non chiederti quando finirai, chiediti quando inizierai la prossima volta.
Trenta minuti non fanno paura. Non ti chiedono di cambiare lavoro, di rimetterti in forma o di smaltire tutte le pratiche arretrate: ti chiedono solo di cominciare. E anche l'ultimo blocco, quello che chiude il progetto, sarà a suo modo un inizio. Per finire, scrive Fiore, basta continuare a iniziare.
La tua anti-agenda, da preparare oggi
Ti bastano dieci minuti e l'agenda della prossima settimana.
- Segna prima il tempo libero. Almeno tre momenti che ti piacciono davvero: una cena, un allenamento, una serata senza programmi. Trattali come appuntamenti.
- Scegli la cosa che rimandi. Una sola.
- Prima di uno di quei momenti, dedicale trenta minuti. Prima, non dopo. Non serve metterli in agenda: quando li hai fatti, segnali con un colore che ti piace.
Se il primo blocco cade di lunedì, tanto meglio. Il lunedì ha una marcia in più, come abbiamo raccontato parlando dell'effetto nuovo inizio: ci fa sentire pronti a ripartire. E venerdì sera, quando riaprirai l'agenda, non conterai quello che manca. Guarderai quei trenta minuti colorati.
C'è qualcosa che sai di dover fare ma che continui a evitare?
Inizia semplicemente dicendomelo. Il primo passo può essere molto più piccolo di quanto immagini.
