Venerdì pomeriggio ti metti sul modello di prezzo per il nuovo cliente, quello che rimandavi da una settimana. Alzi la testa e sono passate tre ore. Non hai controllato il telefono, non hai sentito la fame, non ti sei accorto che l'ufficio si stava svuotando. Sei stanco, ma soddisfatto come non ti capitava da settimane. Sabato sera, invece, dopo tre episodi di fila sul divano, ti senti spento e un po' vuoto. Non era quello il riposo che aspettavi da lunedì? La risposta ha un nome: stato di flow. E capire quando arriva può cambiare il modo in cui vivi il lavoro.
I momenti migliori non sono quelli di riposo
Mihaly Csikszentmihalyi è lo psicologo che ha passato la vita a studiare cosa rende le persone davvero felici. Nel libro Flow arriva a una conclusione controcorrente.
I momenti migliori della nostra vita, scrive, non sono quelli passivi e rilassati. Di solito arrivano quando il corpo o la mente vengono spinti al limite in uno sforzo volontario per fare qualcosa di difficile e che vale la pena. Il nuotatore che prova a battere il proprio record. Il violinista che padroneggia un passaggio complicato. Il bambino che posa l'ultimo blocco sulla torre più alta che abbia mai costruito.
Non sono momenti necessariamente piacevoli mentre accadono: i muscoli del nuotatore bruciano, il violinista suda. Ma sono quelli che ricordiamo. E, sommati, danno qualcosa che il divano non dà mai: il senso di essere padroni di quello che facciamo.
Il paradosso del lavoro
Per capire quando le persone entrano in questo stato, Csikszentmihalyi e il suo gruppo usarono un metodo originale. Diedero a oltre cento lavoratori un cercapersone che suonava in momenti casuali, otto volte al giorno per una settimana. A ogni segnale annotavano cosa stavano facendo, quanto si sentivano sfidati e quanto stavano usando le proprie capacità.
Il risultato sorprese anche lui. Mentre lavoravano, le persone erano in flow il 54% delle volte. Nel tempo libero, tra libri, televisione, amici e ristoranti, solo il 18%. Anzi, nel tempo libero più della metà delle risposte cadeva in quella che Csikszentmihalyi chiama apatia: poca sfida, poche capacità usate, la sensazione di essere passivi e spenti.
Eppure, ed è questo il paradosso, quasi tutti dicevano che avrebbero voluto lavorare di meno e avere più tempo libero. Inseguiamo il riposo, ma spesso è nel lavoro difficile che stiamo meglio. Non vuol dire che il riposo non serva: vuol dire che il riposo passivo, quello dello scroll e degli episodi a raffica, raramente ci ricarica davvero, come spiega anche l'articolo su come gestire l'energia.
Le tre condizioni dello stato di flow
Il flow non arriva per caso. Secondo Csikszentmihalyi compare quando ci sono tre ingredienti.
Un obiettivo chiaro. Sai esattamente cosa stai cercando di fare in questo momento, non in generale.
Un riscontro immediato. Capisci subito se stai andando bene o male, senza aspettare la fine.
L'equilibrio tra sfida e capacità. È l'ingrediente decisivo. Csikszentmihalyi lo spiega con l'esempio di Alex, un ragazzo che impara a giocare a tennis. All'inizio gli basta mandare la palla oltre la rete: la sfida è giusta per le sue capacità, e si diverte. Dopo un po' di pratica migliora, e passarla oltre la rete lo annoia. Oppure incontra un avversario più forte, e la differenza lo mette in ansia.
Noia e ansia sono i due modi in cui si esce dal flow. Per tornarci, Alex ha due strade. Se si annoia, deve alzare la sfida: per esempio giocare con qualcuno appena un po' più bravo. Se è in ansia, deve far crescere le sue capacità allenandosi. È lo stesso principio dell'articolo su obiettivi e competenze: ogni volta che rientri nel flow, ne esci un po' più capace di prima.
Trasformare un compito noioso in una gara
La storia più sorprendente del libro è quella di Rico Medellin, operaio in una fabbrica alla catena di montaggio. Il suo compito su ogni pezzo dovrebbe durare 43 secondi, e lo ripete quasi seicento volte al giorno. Chiunque si sarebbe stancato dopo una settimana. Rico, dopo cinque anni, si diverte ancora.
Il motivo è che affronta il suo lavoro come un atleta affronta una gara: come posso battere il mio record? Ha studiato ogni movimento, ogni attrezzo, la sequenza perfetta. Dopo cinque anni, la sua media migliore in una giornata è di 28 secondi a pezzo. Spesso non lo dice nemmeno ai colleghi: gli basta sapere di esserci riuscito. «È meglio di qualsiasi altra cosa», racconta. «Molto meglio che guardare la TV.»
E sapendo che presto non potrà più migliorare in quel lavoro, due sere a settimana frequenta un corso di elettronica, per passare a un lavoro più complesso. Ha capito come funziona il flow: quando la sfida si esaurisce, ne cerchi una nuova.
Se Rico ci riesce alla catena di montaggio, puoi riuscirci anche con un report, un'analisi, una serie di mail da sistemare.
Il tuo prossimo compito, in modalità flow
Scegli il compito di domani che ti pesa di più, perché ti annoia o perché ti mette ansia.
- Rendi l'obiettivo preciso. Non «lavorare alla presentazione», ma «finire le tre slide sui numeri del trimestre».
- Trova un riscontro immediato. Un tempo da battere, una lista da spuntare, una persona a cui mostrare subito il risultato.
- Se ti annoia, alza la sfida. Fallo in meno tempo, cura un dettaglio che di solito trascuri, prova un modo nuovo.
- Se ti mette ansia, spezzalo. Isola la parte che non sai fare, allenala per prima o chiedi aiuto su quella.
- Proteggi il tempo. Notifiche spente e almeno un'ora senza interruzioni: il flow non sopravvive a un messaggio ogni cinque minuti.
Venerdì prossimo, quando alzerai la testa e saranno passate tre ore, saprai che non è stata fortuna.
Qual è la cosa importante su cui vorresti riuscire a concentrarti davvero?
Dimmela e costruiamo un percorso per proteggerla dalle distrazioni quotidiane.
